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Dal 25 aprile al 5 maggio sono stato in Brasile insieme al mio confratello don Giuseppe Calderone nella città di Salvador de Bahia e precisamente a Conde, un piccolo centro dove siamo stati accolti dalle suore di una missione italiana.

In questo paese, straordinario per spirito e cultura, abbiamo avuto modo di fare la nostra esperienza con i bambini più poveri, i meninos de rua, che vivono in una casa famiglia. Anche se per poco tempo, abbiamo cercato in tutti i modi di sostenerli e soprattutto di aiutarli ad uscire fuori dalla situazione in cui si trovano perché per adesso vivono in una struttura fatiscente che non permette loro di avere servizi idonei a dare serenità alla loro delicata crescita. In progetto c'è l'obiettivo di migliorare la loro vita, comprando un terreno per costruire un'altra casa di accoglienza migliore.

L'esperienza con questi bambini è stata per noi meravigliosa perché insieme ad un gruppo di italiani abbiamo condiviso la preghiera ed il servizio mettendo insieme tutte le nostre forze e vivendo tutto con molta naturalezza.

La bellezza è stata proprio quella unione forte tra la vita quotidiana e quella spirituale. Ci siamo messi fraternamente in spirito di pieno servizio dandoci da fare in vario modo. I bambini ci hanno arricchito in maniera straordinaria con tutta la loro semplicità ed energica giovinezza. Dai loro sorrisi e dai loro occhi veniva fuori realmente il volto più bello di Gesù.

Certamente le difficoltà di questi territori sono tante e ci siamo proposti insieme al gruppo italiano di non concludere la nostra esperienza con questo viaggio ma di trovare le strade per continuare a dare una mano a queste persone in vario modo.

Per migliorare la loro situazione penso che potrebbe essere importante organizzare da Palermo anche dei gemellaggi professionali con le nostre comunità perché ci siamo accorti che a questi bambini mancano delle figure che potrebbero aiutarli a vivere in maniera serena la loro adolescenza e fanciullezza, recuperando per quanto possibile quelle ferite che si portano dietro.

Credo fermamente che non dobbiamo chiuderci in noi stessi solo con i nostri bisogni e, anche se Palermo ha tanti problemi, abbiamo lo stesso il dovere di non chiudere gli occhi davanti a queste realtà, tanto distanti ma vicine se abbiamo la voglia di donarci.

Sicuramente, ci sono le condizioni per un arricchimento reciproco di visioni culturali di vita e di chiesa diverse tra Palermo e questi centri brasiliani che vanno rispettate e da cui si può imparare tanto. La valorizzazione della diversità è sempre fonte significativa di crescita per tutti, perché ci rende aperti e pronti a migliorare il nostro cammino di cristiani sempre più autentici.

La loro povertà è diversa dalla nostra da quella che per esempio conosco nel quartiere difficile di Palermo che è Falsomiele. Nei piccoli centri brasiliani che ho visitato, infatti, la gente vive in maniera diversa la propria condizione sociale anche a volte di miseria. Sono persone che non hanno niente o pochissimo ma la cosa straordinaria è che riescono a condurre lo stesso una vita serena e per quanto possibile dignitosa. Riescono, infatti, a convivere con un certo disagio che non li scoraggia ma gli fa sperimentare strade nuove in cui si adattano cercando di andare avanti. In Italia abbiamo invece un degrado dovuto prevalentemente a scelte economiche e politiche sbagliate che hanno fatto allargare la forbice tra ricchi e poveri.

Anche a Falsomiele c'è una povertà molto diversa che in gran parte è anche culturale: percepiamo per esempio la sofferenza e l'insofferenza di famiglie e persone che vogliono sempre di più e facilmente, rincorrendo un falso benessere cadono nelle maglie della criminalità a tutti i livelli.

Nella piccola realtà rurale brasiliana c'era gente che non aveva nulla ma riusciva lo stesso ad avere una tranquillità e una serenità e una pace che da noi sarebbe impensabile. Sicuramente da queste culture c'è da imparare tanto perché queste persone pur avendo poco o nulla condividono tutto e lo vivono con semplicità. Noi siamo invece sempre insoddisfatti e alla ricerca continua dell'avere sempre di più  soprattutto a livello materiale. Nella cultura occidentale, siamo davanti ad una evidente povertà culturale dettata dalla ricerca del piacere e dal  consumismo sfrenato. Notavo in Brasile che i bambini si divertono con poco e sono felici. Anche nelle famiglie occidentali si dovrebbe spostare la prospettiva ritornando a valorizzare e soprattutto le cose semplici. Il nostro povero si sente infelice perché vuole inseguire disperatamente degli standard di vita di altri che stanno meglio di lui. Ci si sente realizzati inseguendo una falsa sicurezza dettata solo dalla corsa ad un finto benessere che non è quello dello spirito ma quello della materia, dei beni da accumulare per essere uguali agli altri.

In Brasile anche nelle celebrazioni religiose si manifesta la gioia molto autentica di un Gesù sempre risorto. Ricordo che ho vissuto, in particolare, diverse ore di adorazione con una processione insieme al vescovo che è stata una festa continua di amore e di gioia arricchita da canti, balli e danze. La gioia si trasmette in maniera molto forte tra le persone afro-brasiliane: c'è la proiezione in avanti, la speranza del risorto e la voglia di mettersi in cammino sempre e nonostante tutto.

Se penso alle liturgie delle nostre chiese le percepisco troppo ingessate, spente e a volte tristi. Chiediamoci perché e quanto sforzo dobbiamo fare per renderle ancora più vere, gioiose e vitali. Certamente siamo davanti a culture diverse che vanno rispettare per storia e per natura ma possiamo fare di più anche noi, preti, laici e cittadini impegnati se ci sforziamo sia dentro che fuori la nostra chiesa di celebrare sempre la vita che scorre.

 

Don Sergio Mattaliano

 

 

ANNO 2016

«Migranti e rifugiati non sono pedine sulla scacchiera dell’umanità»

Scrivo questa lettera in occasione del 20 giugno, giornata mondiale del rifugiato, per raccontarvi l’ accoglienza che la nostra Caritas diocesana con spirito di servizio e sentimenti di amicizia ha il grande privilegio di realizzare ogni giorno per i nostri fratelli migranti.

Il 2014 si è configurato come un anno “nuovo” per la nostra diocesi e per la nostra Caritas, per la scelta di aprire le porte alla speranza e all’accoglienza di migliaia di persone che fuggono dalla morte, dalle persecuzioni, dalla fame, dai soprusi. Nuovo è l’aggettivo che qualifica questa esperienza, perché non avevamo avuto modo di sperimentarci in questo servizio nel passato, non essendo stata la nostra diocesi luogo di primo approdo, ma di destinazione dei migranti che ormai da molti decenni vivono con noi.

Abbiamo intrapreso questa avventura, forse non ben consapevoli dell’epocale cambiamento sociopolitico che di li a breve ci avrebbe travolto con tutta la sua carica di umanità.

Abbiamo detto si all’accorato, semplice, ma vigoroso appello del nostro Santo Padre, Papa Francesco, iniziando questa esperienza il 24 gennaio del 2014. Da allora, non ci siamo più sottratti alle richieste di aiuto “gridate” dai nostri fratelli e all’esigenza di collaborazione che le realtà istituzionali hanno richiesto, in primis, Prefettura e Questura di Palermo, con le quali si è consolidata una collaborazione proficua, contraddistinta dalla piena fiducia.

La nostra presenza è stata costante e puntuale nei 18 sbarchi avvenuti a Palermo nel 2014 accogliendo circa 6000 migranti e negli ulteriori 8 del 2015, in cui abbiamo accolto ad oggi più di 3000 persone, donne, uomini,bambini,minori. Altrettanto impegnativa è stata l’accoglienza nei nostri centri, dove ad oggi sono state ospitate 3225 persone in forma residenziale. Al porto, il nostro compito continua ad essere legato al soddisfacimento dei bisogni primari. Forniamo cibo, acqua, scarpe, indumenti, coperte, generi alimentari e sanitari per bambini per tutti gli approdati, grazie al costante impegno di decine e decine d volontari.

Per quanto concerne l’accoglienza nei centri, mi permetto di sottolineare che solo un numero di posti estremamente limitato è stato in convenzione, a fronte dei numeri citati. Il resto dell’accoglienza è avvenuto in locali che il nostro Arcivescovo,Sua Eminenza Paolo Romeo, ha prontamente affidato alla Caritas, quali centri pastorali di accoglienza, dunque fuori da qualsiasi forma di convenzione, per dare un segno concreto di aiuto cristiano.

La comunità cristiana tutta, sollecitata e sensibilizzata ha aperto le porte delle chiese e delle parrocchie che sono diventate luoghi di conforto e di ospitalità, non ultima la parrocchia di San Gaetano, guidata nel passato dal Beato Padre Pino Puglisi. I banchi sono stati sostituiti dalle brandine e ai canti e alle preghiere note si sono aggiunte melodie, suoni e preghiere nuovi. Ulteriori strutture sono state locate da comunità religiose della diocesi.

Altra emergenza tra le emergenze ha riguardato i Minori stranieri non accompagnati, per i quali si è resa necessaria l’attivazione di una struttura specifica, che ha accolto 28 minori per sette mesi. Tutto ciò a carico della Caritas diocesana.

Inoltre, da settembre 2014, un gruppo di giovani migranti, richiedenti asilo politico, sbarcati a Palermo nel 2014, è stato preso in carico totalmente dalla Caritas.

 

Questi giovani hanno scelto Palermo quale luogo per ricominciare una vita nuova e nuove opportunità, e la Caritas insieme ad alcune famiglie li sta accompagnando verso importanti esperienze di integrazione socio-lavorativa. Alcuni di loro condividono un appartamento, sostenuto dalla Caritas, altri vivono presso la parrocchia da me guidata.

La risposta della nostra diocesi è stata poderosa anche sotto l’aspetto del volontariato. Interi nuclei familiari hanno condiviso la scelta della Chiesa che accoglie il forestiero, arrivando a farsi carico del sostegno a distanza delle famiglie di alcuni giovani migranti. Sono state fatte delle collette ed inviato quanto raccolto nei Paesi di provenienza dei nostri giovani migranti, per aiutare i familiari rimasti nella povertà e nelle difficoltà. Non nascondo una profonda emozione per questi gesti che riempiono il cuore e danno segno e sostanza al nostro essere prossimi.

Oggi, oltre 50 milioni di persone non ha più una casa, come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha stimato. Noi abbiamo voluto dare l’esempio concreto di ospitalità, aprendo le porte delle Chiese, la “Casa di tutti”, aprendo il cuore e la mente alla prossimità.

Questo rimane il nostro impegno, concreto nell’accoglienza, ma anche ragionato a livello politico. Per questa ragione ogni anno, Caritas Italiana organizza Migramed Meeting, un incontro tra Caritas Italiana, appunto, le Caritas europee e del bacino del mediterraneo. In questa settimana, ci siamo ritrovati a Tunisi insieme a rappresentanti del governo italiano e tunisino per ragionare non solo sul livello dell’emergenza, ma anche delle politiche di sostegno alle Nazioni in via di sviluppo od oppresse da problemi sociopolitici.

Una maggiore collaborazione internazionale è la prospettiva verso cui la Chiesa tende per sostenere il reciproco aiuto tra la nazioni, memori sempre, come Papa Francesco ci ha ricordato che i “Migranti e rifugiati non sono pedine sulla scacchiera dell’umanità”.

 

Don Sergio Mattaliano

 

ANNO 2015

«Incontro e solidarietà cristiana, così si può combattere la povertà»

Appare particolarmente difficile ed impegnativo formulare delle riflessioni sull’attuale situazione geo e socio-politica. Siamo invasi da bilanci e previsioni politicamente disorientanti su tutti fronti. Aspettiamo con apprensione i tanto proclamati “segnali di ripresa” economica. Di fatto, assistiamo quotidianamente ad una escalation incessante di povertà che colpisce le famiglie, sempre più provate ed esasperate dalle difficoltà economiche.

Tutti i giorni, destreggiandoci tra limiti e risorse, incontriamo, ascoltiamo,accompagniamo centinaia di persone, famiglie che si rivolgono ai nostri centri di ascolto per la complessità ed urgenza dei molteplici bisogni di cui sono portatrici.

All’interno del problematico quadro sociale attuale, la nostra forza è il dono dell’amore di Dio che si palesa e concretizza giorno dopo giorno nell’INCONTRO con le persone,donne, uomini, mamme, papà, giovani, bambini, anziani che abbiamo il dono di accogliere nei nostri centri di ascolto, nelle parrocchie, nei nostri servizi.

Questo incontro non è solo interazione, ma relazione che sviluppa legami di solidarietà cristiana, di vicinanza amorevole. Sebbene, il grido di aiuto porti con sé manifestazioni ora furiose e colleriche, ora doloranti, drammatiche ed emotivamente impegnative da fronteggiare, “quel dono”, rappresenta per noi cristiani l’opportunità attraverso cui comprendere, essere presenti ed aiutare.

Tante sono le grida di aiuto a cui le nostre orecchie non possono restare sorde. Penso alle persone che stanno scontando una condanna, recluse all’interno di una istituzione penitenziaria. Penso alle persone ammalate, che lottano per se stesse e per le loro famiglie, a cui siamo vicini, sostenendole in diversi modi. Penso alle famiglie disgregate, ai bambini non tutelati dalle proprie famiglie, penso alle persone costrette a vivere per strada, alle tragedie che si verificano ogni giorno in altre nazioni, alle vittime dei disastri ambientali, come le vittime in Nepal.

Penso al grido di aiuto spezzato delle tante persone, che in fuga dalla guerra hanno trovato una tragica fine nel nostro mare. Ulteriori drammatiche vicende che senza dubbio, rendono più complessa la già faticosa scena sociale quotidiana, ma verso cui l’indifferenza è fuori discussione per i cristiani, tanto quanto il rifiuto dell’accoglienza.

Non nascondo una certa preoccupazione e una grande sofferenza per la indegna strumentalizzazione, anche politica, delle tragiche vicende dell’immigrazione che hanno operato in tanti. Slogan che facendo leva sulle difficoltà degli italiani, anch’essi a loro volta strumentalizzati, hanno aizzato all’odio e alla xenofobia. Sembra che proprio la storia del periodo fascista e dell’olocausto, tanto commemorata e custodita rimanga, avvolte, solo argomento di bei discorsi celebrativi, di cui l’occidente sviluppato non riesce a fare tesoro nei momenti emblematici.

L’accoglienza, valore cristiano, non può essere prerogativa dei soli cristiani, ma di tutti. Di tutte le città, di tutte regioni, di tutte le nazioni. L’Europa non può “nascondersi” dietro l’ impegno del pattugliamento in mare, impaurita dai numeri e dal flusso migratorio, ma deve offrire salvataggio.

Molte nazioni temono che proprio il valore della salvataggio in mare possa costituire un fattore di attrazione e sollecitare tante altre persone a migrare. Certo la mobilità umana che sta caratterizzando lo scenario socio-politico, non è semplice, né episodica, ma qualificante la struttura delle nostre società, e richiede un intervento solido.

Occorre oggi, ma occorreva già da tempo che si mettesse testa e cuore su questo fenomeno, non con isolati e slegati interventi, ma con robuste e complesse azioni e scelte politiche e sociali.

Con atteggiamento vigile e spirito critico e di collaborazione, confidiamo nel lavoro che a livello internazionale in questi giorni la politica europea sta portando avanti e auspichiamo l’intervento propositivo e di sostegno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, poiché le mobilità umane sono questione mondiale.

Di certo, non possiamo condannare anche noi alla morte, chi fugge dalla morte.

"Sentirsi amati in tempo di Pasqua"
Tempo di donarsi oltre che di donare

Cari fratelli,

il cammino verso la Santa Pasqua ci porta a fermarci dalla routine quotidiana, a fare una pausa da tutti i frastuoni e dai rumori della nostra vita per aprire uno spazio di riflessione profonda sulla passione, morte e resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.
La Pasqua per noi cristiani è il tempo per capire quanto è importante oltre che donare materialmente, donarsi personalmente agli altri. Quest’ultimo è, sicuramente uno sforzo forte da fare, un percorso graduale verso la rinuncia dell’io imperante che ci rende chiusi ed egoisti verso quella scoperta del sè che in relazione agli altri diventa un ‘noi’ costruttivo.
E’ sicuramente più facile in tempo di Pasqua donare materialmente a chi ha bisogno, con il distacco tipico di chi non vuole sapere i problemi del fratello che soffre, non vuole invischiarsi in situazioni che potrebbero coinvolgerlo emotivamente. Sono in tanti, infatti coloro che come ‘ benefattori’ aprono il portafoglio, donano regali o altro senza sapere chi stanno aiutando e quali gravi sofferenze e problemi vive la persona o il gruppo di fratelli che chiede un aiuto.
A Pasqua il Signore ci chiede di più, di scendere dal piedistallo, facendo tesoro della sua resurrezione con un percorso di profondo discernimento, che ci porta a passare dal donare al donarsi. Donarsi significa spendersi concretamente nei confronti di chi ci chiede non solo un sostegno materiale ma anche un aiuto umano, fatto di ascolto e di preghiera: un accompagnamento spirituale forte che sarà modulato in maniera diversa a secondo delle nostre capacità e potenzialità messe a pieno servizio del fratello che soffre nel corpo e nello spirito.
Solo in questo modo potremo realmente sentirci amati dal Signore che risorge per noi e amare il mondo a cui apparteniamo.

"Diventare amati vuol dire accettare di essere pane nelle mani di Gesù: pane benedetto, spezzato e dato - scrive Henri Nouwen -. Queste parole riassumono la mia vita di sacerdote, perché ogni giorno, quando mi riunisco intorno alla mensa con i membri della mia comunità, prendo il pane, lo benedico, lo spezzo e lo do. La cosa più importante, comunque, è che queste parole riassumono la mia vita di essere umano, perché in ogni momento della mia vita, da qualche parte, in qualche modo, il prendere, il benedire, lo spezzare, il dare, sono eventi che accadono".
Sicuramente la vita ci porta a fare continue scelte in tutti i campi, familiari, lavorativi, sociali e culturali in cui operiamo.
Chiediamoci anche quanto siamo realmente liberi di scegliere come spenderci per il prossimo, se facciamo le scelte giuste e quanto incidono certe scelte sul nostro percorso di vita. Soprattutto collegandosi al pensiero di Nouwen occorre riflettere su quanto riusciamo a percepire il nostro essere stati scelti per gli altri.
Come amati, siamo stati benedetti dal Signore. "Benedire un altro significa parlare bene di lui, promettergli il bene – scrive ancora Nouwen -. Per gli ebrei la benedizione significa pienezza di vita, l’uomo benedetto da Dio ha tutto ciò di cui ha bisogno. Quando benedico una persona, le auguro tutto il bene possibile, le auguro che Dio possa donarle la pienezza di vita e che lei stessa possa divenire fonte di benedizione per gli altri".
Il sentirsi benedetti è uno stato di grazia che soltanto una dimensione spirituale, fatta principalmente di ascolto della Parola, silenzio interiore, preghiera e abbandono al Signore può fare percepire.
Per avere la consapevolezza dell’essere benedetti dobbiamo anche passare dalle nostre ferite, da quelle sofferenze che ci fanno sentire spezzati ma amati per andare avanti nella luce del Cristo risorto.
Il nostro essere spezzati rivela invece la parte più dolorosa di noi stessi e della storia che siamo e che stiamo vivendo. "Le nostre sofferenze e i nostri dolori non sono semplicemente noiose interruzioni nella nostra vita: ci toccano, piuttosto, nella nostra unicità e nella nostra più intima individualità - dice ancora Nouwen -. L’essere spezzati è sempre vissuto e sperimentato come qualcosa di strettamente personale intimo ed unico. È un’esperienza davvero nostra. Di nessun altro".
Noi siamo benedetti e spezzati per essere dati agli altri, cioè per essere dei doni unici per coloro che li sapranno cogliere. Nouwen ci dice che non occorre avere dei talenti particolari per sapersi donare agli altri ma basta arricchire il nostro prossimo con piccoli doni e gesti di gratuita umanità.
"Nel dare diventa chiaro che siamo benedetti e spezzati non semplicemente per noi stessi, ma perché tutto ciò che noi viviamo trovi il suo significato finale nel suo essere vissuto per gli altri. Diventiamo gente stupenda quando diamo qualsiasi cosa possiamo dare: un sorriso, una stretta di mano, un bacio, un abbraccio, una parola d’amore, un regalo, una parte della nostra vita… tutta la nostra vita".
Augurandovi allora di vivere la Pasqua del Signore risorto nella gioia l’invito è quello che ognuno di noi possa fare pienamente tesoro di come può concretamente donarsi all’altro, sporcandosi di più le mani, lasciandosi coinvolgere di più dagli eventi significativi della vita e infine prendendosi una piccola parte del carico di sofferenza che ha il nostro fratello più debole.

Pace e integrazione, italiani e stranieri in un percorso di crescita comune

Carissimi,

il nostro futuro oggi deve senz'altro partire dalla Pace che va mantenuta ad ogni costo e in ogni realtà dove viviamo e operiamo, nel piccolo e nel grande mondo, in famiglia e in tutta la società.
Sicuramente, perseguire la Pace è un obiettivo altissimo soprattutto in una società dove sappiamo bene quanti conflitti esistono come quelli dei Paesi Arabi e del Medio Oriente dove la sofferenza della popolazione civile piegata da violenza e morte è notevole.
Mi piace ricordare che per tutto il 2014 nella mia esperienza di direttore della Caritas ma anche di parroco, ho avuto il dono grande di potermi occupare dell'accoglienza dei migranti arrivati a Palermo.
Nello specifico, abbiamo seguito 18 sbarchi al porto di Palermo, accogliendo centinaia di migranti a cui abbiamo risposto per i bisogni materiali, sanitari, culturali e sociali e ancora stiamo cercando di rispondere nel migliore dei modi.
Nonostante le difficoltà non siano mancate, oggi mi sento di dirvi che è stata ed è tuttora, per il piccolo gruppo di fratelli migranti che è rimasto, un'esperienza straordinaria dal punto di vista umano, spirituale e sociale.
Un'esperienza che ci arricchito moltissimo perchè abbiamo favorito sempre il confronto e lo scambio interculturale.
Proprio per questo è stato possibile organizzare diversi momenti conviviali, feste e iniziative sportive che hanno avvicinato in maniera fraterna italiani (volontari e operatori) e immigrati.
Fino a dicembre scorso i centri aperti erano diversi adesso ne abbiamo meno e siamo in una fase in cui stiamo avviando un vero e proprio accompagnamento e sostegno umano a più livelli nei confronti degli amici immigrati.
Siamo stati capaci, finora, di spogliarci dai nostri individualismi per attivarci armonicamente in varie forme, favorendo l'inizio della delicatissima fase della loro integrazione sociale: un percorso lungo  ma possibile.  
Tutto questo ha avuto sempre come obiettivo alto la Pace che non è una parola scontata ma va conquistata ogni giorno con la preghiera, con la tenacia e con tanto amore verso il prossimo. Una Pace che prima ancora che esteriore come pacifica convivenza è soprattutto interiore.

Quella Pace interiore in grado di rendere l'uomo libero di camminare e costruire spazi di amore per e verso l'altro. Sforziamoci, tutti insieme, quindi, di ritrovare gli spazi per costruire una vera Pace che sia completamente lontana dalle paure, dalla sottomissione e da facili giudizi che ci bloccano, facendoci perdere di vista la parte più bella e più preziosa di noi stessi.
La Pace è Gesù che nasce dentro di noi e non possiamo perseguirla e realizzarla da soli perchè prima di tutto è un grande dono. Ci possiamo impegnare nelle relazioni di Pace ma la vera Pace nella sua sostanza è quella che ci viene dal Signore attraverso la preghiera e l'affidamento costante a Lui.
Naturalmente non è tutto facile ma come ogni cosa occorre che ci impegniamo affinchè si possano superare i diversi ostacoli e pregiudizi personali nei confronti di chi reputiamo diverso per favorire sempre l'incontro e non lo scontro.
Ecco cosa ci dice il nostro caro Papa Francesco. “La comunità cristiana si impegna in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro. Cittadini e immigrati, con i rappresentanti delle istituzioni, possono incontrarsi, in qualsiasi luogo e parlare insieme della situazione che vivono. L’importante è non cedere alla tentazione dello scontro, respingere ogni violenza. E’ possibile dialogare, ascoltarsi, progettare insieme, e in questo modo superare il sospetto e il pregiudizio e costruire una convivenza sempre più sicura, pacifica ed inclusiva”.
Oggi i nostri amici migranti cerchiamo di impegnarli in vario modo. C'è chi è portato più per il calcio e c'è chi è predisposto per le attività più agricole. Alcuni giovani, in attesa di regolarizzare la loro posizione, vorrebbero anche fare dei lavoretti per spedire qualche piccola somma di denaro ai familiari del loro Paese.
Recentemente, li abbiamo portati pure a teatro cercando di stimolare anche il loro interesse culturale. Tante sono state anche le iniziative interculturali come le feste, la cucina, i momenti di condivisione interreligiosa.
Insomma abbiamo cercato, in maniera umile, semplice e coraggiosa, di aprire le porte della Carità e della Solidarietà in risposta al nostro caro Papa Francesco e, per quanto ci riguarda, continueremo a farlo con gli strumenti che abbiamo a disposizione.
Dalla nostra esperienza stiamo imparando che, soltanto se si ha il coraggio di fare un passo indietro, allontanando egoismi e pregiudizi di ogni genere, saremo in grado di costruire una società diversa dove appunto la pacifica convivenza tra i popoli, tra noi e gli amici che vengono da altri paesi, diventa musica per le nostre orecchie e come una dolce poesia ogni giorno ci accompagna e ci arricchisce sempre di più facendoci crescere tutti insieme.

ANNO 2014

Il Natale nella pace e nell'incontro con l'altro

Un impegno sincero e concreto contro l'Aids

In occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, che ricorre l'1 dicembre, la Caritas diocesana di Palermo intende esprimere un impegno sincero e concreto di lotta contro l’AIDS.
La Chiesa ha sempre manifestato interesse nei confronti delle fragilità umane, dimostrandosi pronta all’accoglienza e alle sfide quotidiane. È nostro intento così richiamare l’attenzione di tutti, in particolare della comunità cristiana sulla realtà di tale fenomeno. Per tale ragione, questo anno pastorale vedrà la nostra Caritas impegnata nella promozione di iniziative di sensibilizzazione, di formazione e di informazione su questo dramma che in realtà non si è mai arrestato, ma solo nascosto. L’HIV da sempre trascina con sé il giudizio, lo stigma, la paura e l’esclusione, ma ci sono tanti esempi di azioni ecclesiali che hanno teso e tendono all’inclusione, alla cura, alla tutela e alla riduzione del pregiudizio. Tali azioni necessitano della partecipazione di più soggetti e soprattutto di una Chiesa “desta”, perché la “sonnolenza” può essere complice di nuove infezioni e di nuove sofferenze. Partendo dal proprio compito statutario, che prevede l’impegno ad animare le comunità e la collaborazione con altri organismi, la nostra Caritas diocesana raggiungerà le comunità cristiane, gli ordini religiosi, i giovani, gli operatori impegnati nell’ascolto e nell’intervento a favore delle persone portatrici di fragilità, perché si conosca di più e meglio, perché l’accoglienza che contraddistingue ogni cristiano sia messa a servizio di persone lasciate troppo spesso da sole. La scarsa e superficiale conoscenza e la disinformazione sulla questione dell'HIV costituisce il nodo problematico da cui prende origine la nostra attenzione. Come per molti fenomeni, soprattutto quelli che coinvolgono la salute, anche per il problema del Hiv, si rende necessario uno smantellamento delle false conoscenze che generano paure infondate da un lato, e rendono, paradossalmente, superficiali, dall'altro comportamentui realmente a rischio. Ricercare il giusto ed opportuno equilibrio di informazione diventa questione centrale, perché si possano assumere stili di vita improntati al rispetto dell'altro, alla vicinanza, scevra da pregiudizi infondati, o peggio ancora contraddistinta dal silenzio e dall’indifferenza.  
Molte persone in Africa e nel mondo sono vittime dell’epidemia di AIDS. Nessuna guerra nel mondo ha mietuto più vittime dell’AIDS. Eppure ciò non suscita molto clamore, soprattutto nel mondo occidentale. Il mondo è stato diviso da un muro di silenzio. Il silenzio dei dimenticati e il pianto dei sofferenti. Così il salmo 28 ci mostra una persona che soffre, che grida al Signore, che a lui affida la propria miseria e la propria speranza. Egli prega nella certezza che Dio si prenderà cura di lui, giacché nessun altro vede il suo dolore.
Noi siamo un solo corpo in questo Cristo compassionevole. La miseria di alcuni membri del corpo non è un loro problema, ma un problema di tutti. “Se una parte soffre, tutte le altre soffrono con lei”
(1 Corinzi 12, 26). Il pianto di quanti sono affetti da AIDS non può essere ignorato o disprezzato da coloro che lo considerano un giudizio di Dio. Insieme dobbiamo farci carico degli emarginati e degli abbandonati. La grande piaga dell’AIDS necessita di una chiesa unita che costruisce una comunità di compassione e di fede, come unico corpo di Cristo. Una comunità che spezza il silenzio dei dimenticati e ascolta il grido dei sofferenti.
Facciamo insieme tesoro delle parole di Papa Francesco a proposito dell'unzione degli infermi: “La presenza di Cristo nella malattia è una grande consolazione …… Gesù ci prende per mano e ci ricorda che noi apparteniamo a lui, Gesù ha insegnato ai suoi discepoli ad avere la sua stessa predilezione per i malati e per i bisognosi, e gli ha affidato il compito di assisterli in suo nome per mezzo di questo sacramento”.

«La Caritas in cammino insieme a tutti voi»

Carissimi amici e confratelli,
l'attenzione che da sempre mettiamo alle povertà ed alle fragilità cittadine, nei prossimi mesi, avrà dei temi centrali che desidero condividere con tutti voi.
L'impegno in Caritas, in una città come Palermo, non è facile ma, grazie a un buon gruppo di volontari e operatori, impegnati a vario titolo, sarà possibile rispondere meglio ad alcuni bisogni sociali del nostro territorio.
In particolare, i temi su cui ci concentreremo saranno: la famiglia, i giovani, l'immigrazione e i Rom, il volontariato, la mondialità, il carcere, il disagio mentale, l'Aids.
Uno dei nostri progetti, in primis, sarà quello di individuare le famiglie solidali intese come quei nuclei che, in pieno spirito d'amore e di servizio per i più deboli, intraprenderanno un percorso di solidarietà che le porterà a dare sostegno ad altre famiglie in difficoltà nell'ottica di uno scambio virtuoso.
In questo modo le famiglie saranno protagoniste di un'azione integrata in una prospettiva di scambio e di arricchimento reciproco.
"Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare". In questo modo Papa Francesco prende in prestito le parole di Piergiorgio Frassati per spronare i giovani cattolici a essere 'rivoluzionari' come le Beatitudini di Gesù.
Anche i nostri giovani di Palermo avranno per noi un ruolo determinante perchè ci interesseranno in maniera trasversale sia per quanto riguarda le iniziative sulla mondialità che per quelle della promozione del volontariato.
La promozione del volontariato, inoltre, con attività formative, borse di studio e attività di animazione di Carità verrà svolta ad ampio raggio, interessando tutte le fasce di età per alimentare lo spirito di servizio di tutti coloro che vorranno sperimentarsi nei confronti del prossimo.
Naturalmente, continueremo a più livelli a rispondere ai bisogni dei nostri fratelli migranti che arrivano nelle nostre coste sia con la prima accoglienza e con l'avvio del percorso di regolarizzazione ma rispondendo anche ai bisogni socio-integrativi di coloro che, invece, sono presenti da più tempo nella nostra città. Una nota particolare la spenderemo anche per le comunità Rom che vanno aiutate e accompagnate nel loro percorso di integrazione sociale e culturale lontano da pregiudizi e stereotipi.
Anche il mondo carcerario avrà la sua rilevanza con un progetto che intende offrire opportunità di incontro tra l'autore di reato e la vittima o la società che egli ha leso con il reato commesso. Questo avverrà attraverso l'opportunità per i minori di sperimentarsi in azioni di volontariato, spesso lontane dalla cultura di appartenenza, insieme ad altri minori appartenenti ad associazioni quali scout, azione cattolica o all'interno di servizi destinati alle persone in difficoltà. Accanto a questa azione che riguarderà un target specifico, quale i minori esterni all'istituto penitenziario, ci sarà un'azione rivolta agli autori di reati più gravi, deficitari di una rete familiare e sociale di supporto. Nello specifico, saranno attivati dei centri di ascolto all'interno degli istituti penitenziari di Palermo e provincia e una struttura dove i giovani detenuti con gravi carenze familiari potranno eseguire la misura alternativa alla detenzione e i permessi premio.
Un altro tema importante sarà pure il disagio mentale che apre a scenari di sofferenza particolarmente difficili da gestire sia sotto l'aspetto pratico che emotivo. La motivazione che sollecita l'impegno di questa Caritas diocesana è dettata dalla necessità di creare solidarietà, dare la corretta informazione come primo step verso una sensibilità che si fa accoglienza. Questo progetto sarà occasione per superare luoghi comuni, paure e pregiudizi e riscoprire nelle persone con disagio mentale, persone portatrici di risorse non solo per se stesse, ma anche per gli altri.
Inoltre, la multiculturalità della nostra diocesi, delle nostre interazioni e relazioni pone la necessità di trovare nuovi strumenti efficaci per un approccio consapevole volto a costruire nuovi schemi interpretativi, in primis per i giovani, sui temi della pace, della mondialità, della necessità di trovare nuovi stili di vita, di solidarietà che si fa "missione" di vita, di testimonianza e di impegno sociale possibile. Rilanciando, quindi, il progetto Palermondo si intendono promuovere opportunità di conoscenza e di riflessione all'interno di contesti educativi-formativi, quali scuole di secondarie di secondo grado, luoghi di aggregazione giovanile, parrocchie.
Tema complesso e delicato sarà, infine, quello dell’AIDS che continua a rappresentare un’importante causa di mortalità tra la popolazione mondiale.
Da qui nasce, quindi, la necessità di realizzare un programma di informazione, sensibilizzazione e di formazione della Caritas diocesana che si farà promotrice e destinataria, dell'azione stessa, attraverso i sistemi che la compongono. Il progetto prevede la costituzione di una equipe di formazione composta da medici, psicologi, assistenti sociali, competenti nella materia, sia per quanto attiene il profilo medico-sanitario sia per l'aspetto di animazione pastorale del territorio diocesano.

«I nostri 9 mesi a fianco dei più deboli »

In questi nove  mesi la prima accoglienza dei nostri fratelli migranti è stato l’impegno centrale della Caritas di Palermo.

Secondo i dati  forniti dalla prefettura, dal mese di gennaio ad oggi,  in città sono avvenuti 17 sbarchi  con un flusso di accoglienza  complessiva al porto di 5.795 persone. Di questi migranti, la Caritas ne ha accolto per alcuni giorni 3500, rispondendo, anche, a tutti i bisogni sanitari e materiali. Inoltre, devono aggiungersi almeno 600 persone, tra siriani e palestinesi,  a cui prima di proseguire il viaggio, per alcune ore,  è stata data loro la possibilità di rifocillarsi e cambiarsi. Occorre, però, fare un passo indietro per capire come è nato il nostro impegno. A seguito, infatti, della tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, proprio qualche giorno prima, fui nominato direttore della Caritas. La mia esperienza in Caritas, dunque, è iniziata così. A dicembre scorso, poi, la Caritas Italiana ci ha chiesto di ospitare temporaneamente alcuni migranti provenienti da un centro di accoglienza di Messina. A gennaio, così, decidemmo di aderire alla rete dei Cas e di creare un centro di accoglienza maschile, al Punto Incontro Giovani nella struttura di padre Messina, e un secondo destinato a donne e bambini accompagnati dalle mamme, che è appunto il Centro San Carlo e Santa Rosalia.

L’accoglienza dei migranti è un’esperienza che ci impegna molto ma che ci permette anche di uscire da certi ‘parametri ingessati’, per usare le parole di Papa Francesco, e di far emergere la multiculturalità della Chiesa Cattolica. A guidare il centro è adesso uno spirito di rinnovamento che il Signore vuole e che il Vangelo predica. Senza lo spirito cristiano del rinnovamento, l’accoglienza rischia di diventare solo un mero servizio. Abbiamo visto  sbarcare molti africani e interi gruppi familiari in prevalenza siriani e palestinesi. Tutte persone con storie e sofferenze diverse a cui abbiamo dato il primo ristoro fondamentale per potere proseguire il loro viaggio verso i paesi del nord Europa. Abbiamo accolto, insieme ai loro genitori, moltissimi bambini che hanno richiesto un’attenzione particolare, perché  provenienti da territori in cui la guerra fa da padrona e già da piccoli hanno dovuto assistere a scene violente o a patire la fame. Per alcuni di loro ci siamo attivati anche  per il sostegno primario con l’ausilio dei nostri mediatori culturali. Tutto questo per noi, operatori e volontari, è stato, e continua ad essere ogni giorno, un grande motivo di arricchimento umano e spirituale. In questi mesi, abbiamo avuto molti volontari in Caritas, sia di Palermo che  provenienti da diverse parti d’Italia, desiderosi di donarsi mettendo a disposizione tutti i loro strumenti culturali e sociali. Inoltre, anche alcuni migranti africani hanno chiesto di dare il loro contributo da volontari nella comunità, aiutandoci nello svolgimento di piccoli servizi. Questa è una bellissima testimonianza di come  si siano innescate pure catene di  autentica solidarietà e integrazione.

Un grazie speciale va, pure, ai palermitani e a tutti gli italiani che  nei momenti di maggiore bisogno hanno dato prova di grande generosità sia con aiuti economici  che con aiuti materiali. Un'altra esperienza straordinaria, senz’altro da ricordare, è stata quando, in occasione degli sbarchi di giugno, in accordo con la Curia, abbiamo aperto tre chiese per ospitarli in emergenza perché gli altri centri erano saturi: le chiese di San Carlo, Santo Curato d’Ars di Falsomiele e San Gaetano di Brancaccio. La gente di questi quartieri popolari ha dato un sostegno meraviglioso. In quell’occasione abbiamo avuto anche giornalisti di testate giornalistiche straniere: francesi, inglesi e spagnoli che si sono interessati a noi. Ricordo con grande piacere, in occasione, anche, della giornata del rifugiato il momento di preghiera ecumenica insieme all’Imam per le vittime del mare nella chiesa di S. G. M. Vianney di Falsomiele dove era sorto un vero e proprio ‘villaggio della solidarietà’. Un altro esempio di grande fratellanza è la squadra di calcio multietnica di alcuni africani che si è formata  per divertirsi e allontanare i ricordi della Libia e dei soccorsi in mare. Il calcio è diventato uno sport che ha aggregato popoli di razze diverse del continente africano: ventiquattro  migranti, infatti,   accolti nei nostri centri di accoglienza hanno dato vita a una squadra di calcio, la “San Curato d’Ars. Sono tutti giovanissimi  e provengono tutti da paesi africani diversi: Gambia, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Mali e Benin. Infine, tra le storie, mi piace anche citare quella di una ragazza eritrea, S. con un bimbo partorito in Libia che è arrivato con lei a Palermo. La ragazza, che si trova dallo scorso 13 maggio in uno dei nostri centri, arrivata fortemente traumatizzata, è stata per lungo tempo senza parlare tanto che alcuni pensavano che non si potesse recuperare. Adesso, invece, con l’aiuto nostro, di tutti gli operatori e della mediatrice culturale, la giovane è come se fosse rinata, ha ripreso a parlare riuscendo anche a potere vedere suo figlio.

Tutte queste esperienze ci stanno insegnando cosa significa  donarsi profondamente e concretamente  a coloro che hanno meno di noi. Papa Francesco parla di periferie esistenziali e una di queste è proprio il dramma che  vivono questi nostri amici stranieri che subiscono situazioni molto brutte in Libia. Accoglienza allora prima di tutto al di là delle discussioni politiche.

"Rispondiamo in maniera autentica alle povertà"

I poveri sono i co-protagonisti del Vangelo e ne rappresentano il cuore quando diventano per Gesù il modello cui tendere per imitarlo, proposto dal Maestro stesso nelle beatitudini.
Non ha dubbi Papa Francesco quando dice che, al centro della vita, un posto considerevole devono averlo  i poveri insieme ai bambini, agli anziani e ai giovani, schiacciati da una società che mette sempre più al centro potere e denaro.

“Questo è il cuore del Vangelo, io sono credente in Dio e in Gesù Cristo, per me il cuore del Vangelo è nei poveri” ha detto Papa Francesco, aggiungendo che questa sua posizione è stata utilizzata, a volte, per etichettarlo. "Ho sentito alcuni mesi fa che una persona ha detto: con questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia, i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù". Di poveri ce ne sono tanti, oltre che materialmente anche spiritualmente,  ma la società appare sempre più distante se non proprio infastidita da chi ha un disagio piccolo o grande e ci chiede aiuto e sostegno a vario livello.
Proviamo allora a fare tesoro delle parole di Papa Francesco  che in Cristo Gesù, ci spinge a fare un passo indietro dal nostro egoismo, dalla nostra corsa sfrenata ad accumulare beni e a consumare piaceri individuali e di gruppo, un passo indietro per riflettere e capire  che dare conforto, aprirsi all’altro nelle forme più varie, che vanno dal sostegno materiale a quello spirituale, ci condurrà a conquistare il tesoro di cui parla Gesù.
Tra le persone più schiacciate dalla nostra società ci sono i più fragili e, fra questi i giovani, i bambini e gli anziani e, non ultimi per importanza, i parecchi migranti che giungono nelle nostre coste perché fuggono da fame e da guerra.

"In questo momento della storia l'uomo è stato buttato via dal centro – dice ancora Papa Francesco -, è scivolato verso la periferia, e al centro, almeno in questo momento, c'è il potere, c'è il denaro. In questo mondo i giovani sono cacciati via. Sono cacciati via i bambini - non vogliamo bambini, solo famiglie piccole - e sono cacciati via gli anziani: tanti di loro muoiono per una eutanasia nascosta perché non si ha cura di loro. Siamo entrati in una cultura dello scarto: quello che non serve a questa globalizzazione, si scarta, gli anziani, bambini e giovani".

La povertà assoluta in Italia è raddoppiata rispetto agli anni precedenti alla crisi, ma il futuro non è roseo: neanche con la crescita economica la povertà tornerà ai livelli pre-crisi. È questa l’analisi della Caritas italiana nel suo primo rapporto annuale sulle politiche contro le povertà dal titolo “Il bilancio della crisi. Le politiche contro la povertà in Italia”, presentato recentemente, a Roma. Il rapporto presenta un quadro complessivo della situazione e analizza a fondo le misure messe in campo dai diversi governi per tentare di fronteggiare l’avanzata della povertà, guardando al futuro e ipotizzando possibili scenari.
Secondo il rapporto, infatti, se negli anni pre-crisi il fenomeno riguardava quasi esclusivamente il Sud, oggi affianco alla questione meridionale ce n’è una settentrionale. Se nel 2007 riguardava molto spesso gli anziani, oggi riguarda anche i giovani. E se le più colpite prima della crisi erano le famiglie con almeno 3 figli, oggi l’asticella è scesa e già con 2 figli si rischia di finire in povertà assoluta. Infine, il lavoro. La povertà assoluta, negli anni pre-crisi riguardava soprattutto chi non aveva un lavoro. Oggi tocca anche chi ne ha uno.
“Ci si può attendere che l'auspicata ripresa della crescita economica determini, nei prossimi anni, una riduzione del tasso di povertà – si legge nel rapporto -, anche se tempi e proporzioni dell'arretramento sono imprevedibili. Gli economisti, tuttavia, concordano nel ritenere che la povertà non potrà tornare al livello pre-crisi, a causa dell'indebolimento strutturale del contesto socio-economico italiano. Una diffusione della povertà superiore a quella conosciuta in passato, dunque, caratterizzerà il nostro paese negli anni a venire”.
È la Sicilia, con il 32,5 per cento di famiglie indigenti contro una media nazionale del 26 percento, la regione più povera d'Italia. Ha superato anche la Calabria, dove l'indice di povertà relativa risulta pari al 32,4 per cento. E' quanto emerge da un'indagine dell'Istat sulla povertà in Italia nel 2013.
Secondo lo studio, il numero di persone indigenti, in Sicilia, è cresciuto di 2,5 punti percentuali rispetto al 2012, passando dal 29,6 percento al 32,5. Dati confermati anche da un'indagine della Cia, la Confederazione italiana agricoltori.
“La crisi persistente e la disoccupazione in aumento stanno impoverendo le famiglie, solo nell'ultimo anno sono stati oltre 4 milioni gli italiani costretti a rivolgersi agli enti caritativi per un pasto gratuito o un pacco alimentare”. La situazione economica degli italiani, fa notare la Cia, è giunta al limite soprattutto al Sud, dove il disagio economico è sempre più diffuso: in Calabria e in Sicilia in particolare l'incidenza di povertà tocca una famiglia su tre”. Tenendo, allora,  in alta considerazione sia le sollecitazioni di Papa Francesco quando parla di povertà,  sia i dati,  dobbiamo sforzarci di mettere in campo tutti gli strumenti  a nostra disposizione sia  a livello ecclesiale che pubblico-istituzionale e privato sociale per rispondere sempre più tempestivamente a tutte le realtà sociali più fragili.
Il beato padre Pino Puglisi diceva  che “Se ognuno fa qualcosa, tutti insieme possiamo fare cose grandi”. Per riuscire ognuno di noi nella nostra vita ad essere grandi dobbiamo, però, lasciare aperta la porta a Dio, al bene, all’amore che ci proietta ogni giorno verso nuovi impegni e nuove sfide sociali. Soltanto se partiamo dalle povertà, dunque, ci apriremo sempre più autenticamente all’altro.

«Per i migranti di più»


di Don Sergio Mattaliano


Tra le numerose parole traboccanti di significato espresse da Papa Francesco nel messaggio in occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, rimane impresso un “di più”, la ricerca per ogni essere umano di essere persona migliore, non nel senso astratto, ma nella concretezza delle diverse dimensioni che compongono ognuno di noi.
Il 20 giugno di ogni anno ricorda la giornata mondiale del rifugiato, milioni di persone costrette a lasciare la propria casa alla ricerca di una via di fuga, di salvezza, di una vita migliore. Mai come oggi, la giornata mondiale del migrante e del rifugiato celebrata dalla Chiesa Cattolica e la Giornata del Rifugiato,istituita dall’ONU ricordano non una data, ma ogni giorno di questo mondo e periodo globale.
Stiamo attraversando un momento storico eccezionale caratterizzato da un grande processo di rimescolamento delle genti. Non è uno stato di emergenza, ma la strutturazione che il nostro tempo e la nostra società stanno assumendo.
L’accoglienza faticosa, frenetica, e allo stesso tempo  meravigliosa, che la Chiesa di Palermo sta offrendo, aprendo le Chiese, promuovendo sensibilità, umanità, prossimità è solo una parte di ciò che è nostro dovere di cristiani. La promozione integrale della persona è obbiettivo primo ed ultimo.
La risposta all’immediato, necessaria, è insufficiente se non sostenuta vigorosamente dalla promozione dei diritti delle persone e dalla sollecitazione dei doveri da parte di tutte le istituzioni che hanno responsabilità a riguardo.
La Chiesa non cede di fronte all’umiliante “scarica barile” a cui spesso si assiste. Ci sono istituzioni preposte alla garanzia dei diritti delle persone. In questa giornata, inviamo un messaggio di coraggio e dignità a tutti coloro che a diverso livello, europeo, nazionale, regionale, locale  hanno titolarità e mandato di azione nei confronti delle persone migranti, perché vedano nella promozione integrale della persona lo scopo del loro agire quotidiano.

 

Aiutiamo tutti insieme i nostri fratelli più fragili

 

di Don Sergio Mattaliano

Il tema dell’immigrazione è certamente una realtà molto delicata, considerato che abbraccia non soltanto la sfera religiosa e dunque la comunità ecclesiale ma anche la dimensione socio-politica nella sua necessaria struttura etico-morale. Pensare, infatti,  ad una società “spoliticizzata” ci farebbe assistere ad uno scenario sociale drammatico se non disumano.
Per tale motivo mi preme ricordare che l’aspetto assistenziale Chiesa - Caritas, relativo all’immigrazione, lo si deve affrontare in stretta relazione e soprattutto in reciproca collaborazione con il territorio e le sue istituzioni rispettando le competenze di ognuno. Credo che già il rispetto nella reciprocità onesta e professionale sia una prima forma di Carità nei confronti e del dialogo Chiesa e territorio, e di questi fratelli immigrati ai quali si deve l’ausilio e il riscatto anzitutto umano dovuto ad ogni uomo, a prescindere dalla sua etnia o dal suo vissuto.
Per quanto concerne poi le nostre iniziative Caritas e il nostro modo di affrontare il tema immigrazione, è importante per noi cristiani la realtà imprescindibile dell’accoglienza  che deve essere il portone d’ingresso nella locanda dell’amore dove questi nostri fratelli devono, non incontrare assistenti e volontari, ma le stesse braccia del Cristo che li accoglie e li fa sedere alla “sua mensa”.
“Alla sua mensa…” proprio per il fatto che chiunque si mobiliti per la Caritas diocesana deve identificarsi con la persona del Cristo povero ma contemporaneamente buon samaritano e guaritore..
Noi Chiesa nel rapporto con gli immigrati non abbiamo un codice comportamentale o delle indicazioni chiare e attuabili per le diverse fatti specie; l’unico dato da cui non prescindiamo è il dato evangelico che poi deve essere interpretato e coniugato conseguentemente nel contatto solidale e nell’incontro con ognuno di questi nostri fratelli…
Da ciò deriva che la diaconia (il servizio autentico e disinteressato, ogni forma di servizio volontario o sacramentale o ministeriale) è la dimensione strutturante della persona umana, della vita del cristiano e della testimonianza della Chiesa.
Fattivamente. poi, questi nostri fratelli e sorelle vengono accolti nei nostri centri di accoglienza specificamente nel San Carlo “locanda del Buon Pastore” e il centro Punto ascolto giovani “Padre Messina”, i centri di ascolto siti in diverse parti della città di Palermo. I centri Caritas affrontano in particolare le questioni legate all’immigrazione, alla promozione della convivenza multiculturale, nonché alle problematiche legate alla detenzione e dello sfruttamento della prostituzione e del traffico degli esseri umani. La Caritas in risposta all’esigenza e alla realtà sempre più esponenziale del continuo sbarco degli immigrati nelle coste sicule credo debba anzitutto prestare accoglienza nelle sue diverse forme basilari prestando vitto e alloggio ma soprattutto innescando un solido e valido accompagnamento umano e cristiano che ricomponga la spesso straziata dignità di queste persone, salvaguardando quelli che sono i principi non negoziabili dell’uomo, di ogni uomo, e cercando di prestare l’aiuto più consono alle loro necessità.
Anche se viene più volte criticata la forma caotica e l’eccessiva “rapidità di immissione degli immigrati”, il fenomeno viene giudicato come epocale e irreversibile, per cui, al di là della prima accoglienza sotto forma di interventi assistenziali, bisogna guardare alla promozione del bene integrale dell’immigrato e al suo progressivo inserimento nella nostra società. Molto a tal proposito può fare la parrocchia, la famiglia, la scuola. Quanto alla nuova legge, si dà una valutazione globalmente positiva e si chiede alle pubbliche autorità “di rendere operative queste norme in modo che non ci si fermi alla semplice affermazione di principio”. Le migrazioni in se stesse sono “occasione di crescita” offerte sia agli immigrati che agli altri; possono però essere “anche motivo non solo di conflitto ma di regressione”. Di qui il dovere morale di tutti a non subire passivamente, ma a gestire attivamente il fenomeno. L’organismo ecclesiale estensore del testo, la Commissione Giustizia e Pace, porta il discorso sul piano che è di sua specifica competenza, cioè sulla promozione umana dell’immigrato, e non fa parola su quanto è più specifico per la Chiesa, la cura strettamente pastorale e di evangelizzazione degli immigrati.


ANNO 2012

 

Al Primo Posto la Carità


Se “la più grande di tutte è la carità” (più della fede e della speranza), se il primo comandamento è quello della carità verso Dio a cui è strettamente connesso l’amore del prossimo, se la fede si comprova dalla carità per cui non ci può essere  fede senza carità, se alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore, allora alla carità spetta il primato. Esiste una dimensione personale dell’esistenza informata dalla carità: è un atto di amore totale verso Dio (amarlo con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la volontà); ed esiste una dimensione comunitaria e sociale della carità: è relativa al comando del Signore ”amatevi gli uni gli altri” e all’avvertimento dello stesso signore “qualunque cosa avete fatto a uno di questi fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. Da ciò deriva che la diaconia (il servizio autentico e disinteressato, ogni forma di servizio volontario o sacramentale o ministeriale) è la dimensione strutturante della persona umana, della vita del cristiano e della testimonianza della Chiesa. La dimensione etica della carità, poi,  è indirizzata alla politica, cioè alla promozione del bene comune; l’esercizio della politica è una forma alta della carità.

Esiste anche una dimensione etica della carità che è indirizzata alla ricerca intellettuale della verità e che non può essere disgiunta dalla ricerca affettiva della verità, per cui veramente si congiungono non solo ragione e fede, ma anche fede e carità. La dimensione teologale della carità è l’esperienza che la creatura può fare di Dio stesso che è l’Amore: ciò avviene  quando si sperimenta l’elezione divina che modella la sua creatura e la abilita ad essere presenza di amore nel mondo, come a dire,  presenza di quel  roveto ardente che mai si consuma e che brilla nel deserto e nel buio del mondo e che riempie di  calore le relazioni umane, che resterebbero fredde e superficiali  senza la carità teologale.

Il vero dramma, che a volte si consuma in tragedia, è che esistono diffusi modelli  antropologici che escludono teoricamente l’etica o la virtù della carità; e quello che è peggio, esistono modelli di vita cristiana personale e comunitaria che, pure affermandola teoricamente, la negano esistenzialmente. Che dire di tante esistenze centrate narcisisticamente sul proprio ego, dove tutta la vita è costruita sul culto dell’idolo di creta del proprio io, al quale sono assoggettati gli altri nelle forme più devianti di schiavitù.  Anche l’esercizio della politica, come pure l’esercizio del potere e della stessa autorità, possono essere tarlati dall’interesse personale e dallo spirito carrieristico. Ma quello che peggio è che ciò può annidarsi nella vita del discepoli del Signore come anche nella vita della comunità cristiana. Anche le stesse istituzioni ecclesiastiche possono essere contagiate o corrose da questo spirito mondano che di fatto toglie il primato alla carità. Anzi può verificarsi a volte che questo stile di vita mondano che esclude la carità non si sia proprio “annidato”, nel senso di rimanere nascosto tra i rami dell’albero, ma che sia invece talmente entrato nel tessuto dell’anima fino al punto da essere ostentato spudoratamente. Ma quando si arriva a ciò siamo al punto di rottura, siamo al punto della violazione del patto di alleanza. Quando ciò si verifica si scuotono le fondamenta, siamo al punto del terremoto etico e spirituale della coscienza.  Questo nostro tempo è tempo di grazia per ricostruire la coscienza dell’uomo informata dalla carità, ed è ancora tempo per la ricostruzione della vita della Chiesa perché stia sotto il primato della Carità.

 

È ora tempo di fare risplendere il carisma originario di Puglisi
In cammino verso la sua beatificazione e il ventennale del suo martirio

 

Puglisi e Brancaccio.  Un prete e un quartiere di Palermo. Una morte per opera della mafia. Un territorio che ancora attende di essere liberato. Come tanti altri. Ma non un prete come tanti altri. Se il martirio è un Dono che viene dato da Dio, solo al prete Puglisi è stato donato. Ci chiediamo: a quale scopo, perché, per chi? Certamente per la sua Brancaccio, per la nostra città, per la nostra Chiesa di Palermo, per tutta la Chiesa e per il mondo intero. Ma un dono viene accolto e fatto fruttificare. E se sempre il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani (Tertulliano), il sangue del martire Puglisi è seme di veri cristiani. In un contesto di diffusione del cristianesimo, la testimonianza dei martiri ha avuto l’effetto di favorire la conversione dei pagani ad discepolato di Cristo; in un contesto di cristianesimo diffuso nella quasi totalità della popolazione battezzata, il sangue del martire Puglisi richiama al rafforzamento di un fede debole, al consolidamento di una fede vacillante, alla veridicità di una fede non autentica.  Il sangue di Puglisi per Brancaccio, per tutta la nostra città, per tutta la nostra Chiesa particolare, per il suo Presbiterio, per il Laicato, per i Giovani, per le Periferie tormentate della nostra Città.

Ci chiediamo: il prossimo Beato Puglisi, sacerdote e martire, come lo abbiamo accolto? Come stiamo valorizzando il suo sacrificio? Prossimi ormai alla commemorazione del 19° anniversario del suo martirio (15 settembre 2012), protesi a celebrare l’anno delle fede sotto la guida della santità di Puglisi durante quest’anno che ci porterà al ventennale della sua morte, ci chiediamo: come siamo cambiati come città (e Brancaccio dentro la città), come Chiesa palermitana (Laici e Presbiteri, Famiglie e Giovani)? Che cosa è cambiato in meglio rispetto alla morsa della mafia che continua ad opprimerci, rispetto alla vivibilità della nostra città e dei suoi quartieri, rispetto alla prossimità ai poveri, all’accompagnamento dei giovani, al loro orientamento vocazionale? Forse una riflessione più approfondita dobbiamo farla. Cosa non ha funzionato nel Clero palermitano, che avrebbe potuto più coralmente stringersi all’esemplarità di un suo presbitero, che avrebbe potuto meglio guardarlo come a testimone della carità pastorale di Gesù stesso? Perché ancora non ci hanno attratto il suo stile di semplicità, la sua mitezza d’animo, la sua piena disponibilità all’ascolto dei giovani e dei poveri, il suo andare per le stradine della sua borgata per entrare nei tuguri della povera gente, il suo ancoraggio alla Parola che lo faceva essere Profeta coraggioso di fronte al Male, il suo testimoniare il Vangelo battendosi per la promozione umana e culturale dei piccoli, il suo distacco dalla politica sporca che non riuscì mai a condizionarlo perché non cedette mai alla tentazione del denaro? Forse è qui la chiave di lettura che ci ha fatto stare distanti da ciò che egli aveva pensato in modo diverso. Egli non aveva mai pensato che il suo “Padre nostro” dovesse omologarsi a una onlus qualsiasi, non aveva mai cercato né mai avrebbe accettato finanziamenti pubblici che avrebbero spento la sua carica profetica nel denunciare le ingiustizie senza cercare alleanze con i potenti, non avrebbe mai accettato di fare il consulente per i problemi sociali in nessuna forma di amministrazione regionale e comunale.  È qui che abbiamo sbagliato, è qui che dobbiamo intervenire, è questo altro sistema lontano dallo spirito di Puglisi e che invece ha avuto ampio spazio in questi quasi venti anni  che dobbiamo rinnegare. Sì, il martirio di Puglisi ci chiede un atto coraggioso di rinnegamento di questo passato, per fare rifiorire lo stile pastorale di Puglisi, la presenza amorevole della comunità parrocchiale. Ed è in questa direzione che vorremo lavorare: dare alla Parrocchia di Brancaccio e all’intero territorio pastorale di Sperone-Brancaccio un forte sostegno per qualificare nuovi operatori pastorali capaci di animare  e testimoniare la carità, capaci di ascolto profondo delle persone e dei giovani, capaci di lettura sapienziale dei bisogni del territorio per dar vita ad opere segno che siano capaci di testimoniare la presenza di un Puglisi vivo ancora oggi. È il momento di formare e accompagnare volontari nuovi per evangelizzare il Regno di Dio nell’amore e nella verità.

 

Anno della fede, anno della carità

 

Benedetto XVI ha indetto un Anno della fede nel 50° Anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Avrà inizio l’11 ottobre 2012 e si concluderà il 24 novembre 2013, solennità di Cristo Re. Per la chiesa di Palermo ciò significherà che l’annuale commemorazione della barbara uccisione di Pino Puglisi (15 settembre 1993) e il successivo convegno pastorale avranno una necessaria connotazione collegata all’anno della fede. Non ci sarà migliore stimolo a vivere l’anno della fede che considerarlo un anno illuminato dalla fede martiriale di Pino Puglisi di cui ricorderemo il 20° anniversario della morte nel settembre 2013. Un altro evento potrà accompagnare il nostro cammino che è particolarmente legato alla missione di carità che ha animato la nostra Caritas Diocesana, che proprio a partire dal 15 luglio 2012 si prepara a vivere l’anno del suo quarantennale di vita, essendo stata eretta dal Cardinale Pappalardo il 15 luglio 1973. Sono ambedue eventi di vita ecclesiale che bene si inscrivono nel vissuto del rinnovamento postconciliare nella nostra Diocesi. La vita presbiterale e ministeriale di Puglisi è incarnazione del rinnovamento voluto dal Concilio per i suoi presbiteri e auspicato nella Presbyterorum Ordinis, ma anche nell’ecclesiologia di comunione di una Chiesa tutta ministeriale della Lumen gentium, e ancora dell’impegno educativo dei giovani auspicato dalla Gravissimum educationis e dell’Optatamtotius per la formazione dei futuri presbiteri. La costituzione della Caritas è frutto maturo dell’ecclesiologia di comunione e di missione del Vaticano II, che nella costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha fatto sintesi del precedente magistero sociale dalla Rerum Novarum di Leone XIII, e da cui si è sviluppato lo splendido magistero sociale della Chiesa fino alla Caritas in veritate di Benedetto XVI. La Caritas, volendo testimoniare la carità di Cristo ma non senza un impegno di promozione della giustizia, ha radicato il suo servizio pastorale orientandolo alla promozione umana e dei suoi diritti, supportandolo con il principio del bene comune, e sottolineando in modo particolare il principio della destinazione universale dei beni e l’opzione preferenziale di poveri. La via della carità, inoltre, non può essere percorsa senza intrecciare tra loro i principi sociali della sussidiarietà e della solidarietà. È fondamentale sottolineare quanto Benedetto XVI ricorda nella Lettera apostolica Porta fidei con la quale viene indetto l’Anno della fede, e cioè che è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge a evangelizzare (n. 7). C’è un nesso inscindibile tra l’impegno della nuova evangelizzazione per gli uomini e le donne del Terzo Millennio e la vita di testimonianza della carità, per cui l’annuncio del Vangelo è opera della carità, e le opere della carità sono annuncio del Vangelo di Cristo. Abbiamo bisogno di convincerci sempre di più che il contatto col Cristo vivo del Vangelo ci chiama alla conversione, e che non c’è conversione autentica se non a partire dai poveri, perché i poveri sono “sacramento” di Cristo. Non possono rimanere solo slogan quelli per cui il magistero ha invitato a “ripartire dagli ultimi”, e quello che ha richiamato all’“amore preferenziale per i  poveri”. Questa istanza ha avuto una felice intuizione nel servizio pastorale del cardinale Pappalardo che con la costituzione della Missione di Palermo (1971), della Caritas Diocesana dopo (1973) e il successivo Statuto della Caritas-Missione di Palermo ha voluto promuovere l’ecclesiologia di incarnazione del Vaticano II, spingendo la chiesa palermitana a realizzare un nuovo slogan tutti evangelizzano tutti, attraverso una pastorale dentro i territori degradati della città, del suo centro storico e delle periferie.

Scrive lo stesso Pappalardo nella Lettera alla Comunità ecclesiale per l’animazione della carità nel 1984: «La Missione di Palermo va vista come un’espressione della sensibilità e operatività della Chiesa palermitana che, dinanzi agli immensi bisogni di promozione umana emergenti negli ambienti depressi della nostra città, vuol venire loro incontro con una azione globale, non di mera assistenza ma di stimolo e di incoraggiamento per un cammino di elevazione sociale e di progresso civile della popolazione».


A Palazzo le aquile volino alte, per sollevare Palermo

 

Un interrogativo nella prossimità delle prossime elezioni amministrative della nostra Città. È possibile coniugare il tema del governo della città al tema della forte esigenza che avvertiamo tutti di fare spazio alla dimensione etica nella politica e nell’amministrazione della cosa pubblica. Ancora più specificamente il desiderio è quello  di enucleare alcuni temi sensibili che non possono mancare nelle istanze etiche di ogni governo, e che necessariamente hanno diritto di cittadinanza nel confronto dialettico delle parti. Tra tutti i temi sensibili invitiamo a rivolgere luna particolare attenzione su alcuni: diritti sociali, nuove povertà, lavoro, ambiente, legalità. Sono  certamente più ampi e più specifici gli ambiti di riflessione che la comunità civile ed ecclesiale può fare  emergere. Abbiamo ascoltato la variegata e analitica analisi che i candidati a sindaco della nostra città rispetto alle loro collocazioni politiche, alla loro esperienza amministrativa, alla loro sensibilità sociale, alla loro percezione del livello di degrado generale nel quale versa la nostra città e dalla quale ognuno si propone di liberarla secondo più o meno definiti  programmi di governo. 
Al di sopra di tutto si impongono alcune riflessioni. Innanzitutto è necessaria la consapevolezza che Il superamento della crisi passa attraverso il ritrovamento di quelle ragioni etiche della convivenza sociale che sono la vera anima della democrazia. La crisi di oggi è crisi dei grandi valori antropologici ed morali che riguardano il primato e la centralità della persona umana, il valore della vita, il contributo della donna nello sviluppo sociale, il ruolo e la stabilità della famiglia, la tutela dei diritti al lavoro e alla casa, la promozione delle persone più fragili e svantaggiate, la solidarietà nel promuovere processi di inclusione degli emarginati, la ferma denuncia di ogni forma di illegalità, il valore dell’ambiente e il rispetto della città … Le politiche sociali pensate e gestite eticamente sono chiamate a prendere in seria considerazione le nuove povertà legate alla complessa condizione giovanile (disoccupazione), alla frantumazione dei legami familiari con la creazione di nuove persone emarginate (mariti, minori …), alla gestione dei processi  di integrazione sociale, culturale, religiosa collegati al mondo delle migrazioni, alle emergenze sociali legate alla grave crisi economica nel tessuto della nostra città (sfrattati, senza dimora, mense sociali, sussidi sanitari per anziani e per l’infanzia, …)
Le persone chiamate a impegnarsi nel governo della polis e nell’amministrazione della cosa pubblica devono essere persone libere da interessi personali e di parte, devono possedere determinate virtù per dare consistenza morale al loro pensiero e alla loro azione: competenza, onestà, amore e impegno per la giustizia, stile di vita sobrio, servizio generoso e gratuito, capacità di amicizia, di relazione e di partecipazione alle vicende della gente, prossimità con la vita della città fatta di borgate, di centro storico, di periferie.  
L’auspicio è che questo sia un  tempo dedicato al discernimento in vista anche di una nuova fase della partecipazione democratica che deve continuare anche dopo la competizione elettorale. La proposta è quella di procedere a un successivo accompagnamento degli amministratori, per un confronto proficuo sulle buone prassi avviate, sulle lentezze, sulle dimenticanze, rispetto ai programmi dichiarati. Ci proponiamo di far maturare la coscienza di partecipazione dei cittadini alla vita democratica, perché si passi dalla delega alla cittadinanza, dalla passività alla partecipazione attiva, dalla critica sterile alla creatività costruttiva, dalla lontananza dal Palazzo alla esperienza del Comune come Casa di tutti, dalla lontananza del Palazzo come luogo di immobilismo e di sterili beghe alla vicinanza degli uomini del Palazzo che si fanno compagni di strada di ogni cittadino e di tutta la cittadinanza.


Agenda pastorale sociale e servizio di carità verso il mondo giovanile
Una proposta editoriale attenta al tema dell’educare

Fin dall’inizio di questo anno il santo Padre Benedetto XVI ci ha invitato a rivolgere la nostra attenzione al mondo dei giovani dedicando il Messaggio per la Giornata mondiale della pace al tema dell’educare i giovani alla giustizia e alla pace. “ Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale”. Benedetto XVI si appella direttamente ai giovani: “Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni… Non abbiate paura di impegnarvi…”. Ancora nel nuovo Messaggio per la Quaresima 2012 “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Eb 10, 24) offre particolari spunti per interrogarci sulla nostra capacità di essere prossimi alle problematiche del mondo giovanile e in particolare ai giovani come persone. “L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale”. Queste sollecitazioni del magistero pontificio illuminano il nostra cammino di Chiesa particolare che si è dato l’impegno di “educare i giovani alla fede”. Noi ci chiediamo: “come possiamo in modo sinergico educare alla fede mediante la carità?”. Quali sono le sfide del mondo giovanile che maggiormente interpellano la Chiesa e che rappresentano i nodi problematici che dobbiamo sapere sciogliere per non fallire nel nostro farci prossimi al mondo giovanile? Una Chiesa particolare, una parrocchia, un vicariato quali obiettivi dovrebbe prefiggersi, quali strategie pastorali dovrebbe mettere in opera, quali temi sensibili dovrebbe mettere a fuoco, per significare pienamente un empatico atteggiamento di ricerca e di condivisione partecipata? È importane che nella vita del giovane si realizzi la verità molto cara a Benedetto XVI, e cioè che Cristo nulla ti toglie ma tutto ti dona. Mi chiedo se i nostri cammini di fede offerti ai giovani possano lasciare fuori i loro interessi, le loro frustrazioni, i loro insuccessi, il loro tempo, nello studio o nello svago, il loro lavoro o la mancanza di esso, la loro vita sociale e la loro partecipazione politica, la loro sessualità e le loro prospettive di famiglia. Credo che sia urgente declinare alcuni temi che hanno pieno diritto di cittadinanza in una agenda pastorale attenta ai temi sociali che interpellano soprattutto il mondo giovanile. Alcuni di questi, ma non i soli, possono essere: la bellezza e l’ambiguità della comunicazione in internet, lo svago e il tempo libero nel tempo della notte e nello spazio della città, la verità ingannevole sul gioco di azzardo, la ricerca del lavoro e l’impresa sociale possibile, la relazione di prossimità e il volontariato a servizio delle persone fragili, il valore della paternità e della maternità nel vissuto di una sessualità senza ipocrisia, lo sfruttamento sessuale della donna e la clientela giovanile, il desiderio di libertà e il rischio di cadere in nuove forme di dipendenze patologiche, l’inquinamento della politica e il desiderio di potere partecipare alla costruzione di una società più bella, apertura all’intercultura e al dialogo interreligioso con i giovani stranieri… Alcune attenzioni che la nostra Caritas sta coltivando in questi anni vanno in questa direzione: percorsi formativi e di accompagnamento del volontariato giovanile, sviluppo del progetto Policoro per la formazione dei giovani alla creazione di impresa sociale con attivazione di due cooperative sociali giovanili e apertura di altri tre Centri di animazione territoriale (Istituto P. Messina, Bagheria e Termini Imerese) , incremento dei punti di ascolto per le dipendenze patologiche al Centro Agape e al Punto Incontro Giovani di P. Messina, offerta di formazione per operatori di oratori parrocchiali e della pastorale di strada, accompagnamento di minori del circuito panale in forme di esperienze valoriali forti, testimonianza di prossimità a giovani disabili e con problemi di disagio psichico, creazione del Centro di educazione ambientale S. Francesco nel V Vicariato per ragazzi e giovani delle scuole e delle associazioni, creazione degli eventi Palermondo e Oratoriadi centrati sulla integrazione di giovani locali e immigrati, azione di sensibilizzazione al tema della tratta di donne vittime di sfruttamento sessuale attraverso la lettera ai clienti... Nella nostra Chiesa ci sono interessanti proposte rivolte al mondo giovanile provenienti da diverse direzioni. Tra tutte voglio citare quella dell’Istituto Pedro Arrupe rivolta all’offerta di percorsi di formazione sociale e politica sia residenziale che sul territorio. Questo periodico Se ognuno fa qualcosa, con l’aiuto di tutti e in sintonia con lo spirito di carità che animò P. Pino Puglisi nel servizio dei giovani, intende testimoniare la ricca presenza di servizi pastorali offerti al mondo giovanile. Perché non provare a condividere insieme un’ipotesi di agenda pastorale sociale a servizio del mondo giovanile?

ANNO 2011

Fate sentire il calore di Dio
Discorso del Papa alla Caritas Italiana nel 40° di Fondazione

Il Discorso del S. Padre Benedetto XVI alla Caritas Italiana nel 40° di Fondazione, pronunciato nella Basilica Vaticana il 24 novembre 2011, è destinato ad assolvere al compito importante di indirizzare la Chiesa italiana nel prossimo decennio. Il Santo Padre ha offerto una autorevole sintesi di ciò che la Caritas ha significato in questi quattro decenni, e nello stesso tempo ha dato degli orientamenti per quanto dovrà ancora continuare a testimoniare nel prossimo decennio. Tutto l’impianto del Discorso diventa per ogni Caritas diocesana un punto di riferimento importante per l’animazione della pastorale della carità nei diversi territori della Chiesa italiana. La nostra Caritas diocesana, in modo particolare, intende assumerlo da subito nella sua ricchezza di orientamento pastorale per vivere nel nostro territorio diocesano il prossimo tempo di avvicinamento alla celebrazione del 40° anniversario della sua costituzione. Il compianto cardinale Pappalardo. dopo un necessario tempo di studio delle indicazioni del Servo di Dio Paolo Vi e delle successive deliberazioni della Conferenza Episcopale Italiana, volle erigere la Caritas Diocesana di Palermo fin dal 15 luglio 1973. È questa infatti la data verso la quale siamo orientati a rivolgere la nostra attenzione, perché questo tempo che ci separa da essa possa essere utilizzato nel modo migliore per questo importante evento. Questo certo dovrà essere celebrativo di una memoria, ma soprattutto dovrà essere l’occasione per fecondarla di profezia per la sua crescita spirituale e pastorale di tutta la comunità ecclesiale, e per una più condivisa testimonianza comunitaria della carità.
Mi piace mettere a fondamento di questa riflessione gli stessi riferimenti biblici contenuti nel Discorso di Benedetto XVI, al fine di cogliere in essi un possibile percorso pastorale scandito dalla Parola di Dio. Sono sei i testi richiamati dal Santo Padre che sottolineano l’identità della Caritas nella Chiesa e la sua missione nel mondo: la Chiesa è chiamata ad essere luce, è chiamata cioè a creare in Cristo un solo uomo nuovo e un solo popolo (Fil 2, 15); il distintivo cristiano evidenzia che “la fede si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5, 5-6); l’amore è chiamato a divenire operosità della vita, forza di servizio, consapevolezza della responsabilità, perché “l’amore del Cristo ci possiede” (2Cor 5, 14); i sofferenti e i bisognosi devono sentire il calore di Dio tramite le nostre mani e i nostri cuori aperti, proprio perché la Caritas è chiamata a diventare sempre di più nel territorio come una “sentinella” (Is 21, 11-12); è necessario un costante impegno nel ricercare la carità come sintesi di tutti i carismi dello Spirito (1Cor 14,1); la Chiesa è chiamata a portare il dono sublime di Gesù nell’umiltà del servizio come Maria in visita d Elisabetta (Lc 1, 39-43).
In tre passaggi il Papa fa riferimento al Magistero ecclesiale. Anche se nella sobrietà della sintesi, rappresentano un chiaro invito alla Caritas perché sappia sempre meglio assolvere alla sua prevalente funzione pedagogica (Paolo VI, Discorso al 1° Convegno delle Caritas, novembre 1972), perché sappia coniugare carità e giustizia, in modo tale che “non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia” (Concilio, Apostolicam Actuositatem, 8), perché sappia essere attenta al territorio e alla sua animazione “con un cuore che vede” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 25).
Facendo riferimento alla prassi consolidata nel servizio della Caritas in questi quattro decenni, il Santo Padre ne privilegia alcuni in particolare. Mette in evidenza l’importante compito educativo nei confronti delle comunità, delle famiglie, della società civile; invita a rinnovare la fedeltà al metodo di lavoro sperimentato, quello cioè di animare il territorio attraverso le tre attenzioni tra loro correlate e sinergiche dell’ascoltare, osservare e discernere; sollecita a perseguire un dialogo profondo e proficuo con le associazioni, i movimenti e il volontariato. Invita con forza a far sentire il calore dell’amore di Dio attraverso le nostre mani accoglienti e il nostro cuore compassionevole, capace di vedere. Di fronte al cambiamento del nostro tempo l’invito è quello di ancorare l’agire delle Caritas nel solco sicuro del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa. Di fronte all’individualismo, alla sufficienza della tecnica e alla cultura del relativismo, l’appello è quello di provocare le comunità verso forme alte di ascolto, a vivere uno stile di apertura sulle necessità presenti e sulle risorse possibili, a promuovere forme comunitarie di discernimento. È necessaria un’opera di verifica e di revisione delle opere segno della Carità, tenendo conto del criterio per cui esse, come i segni operati da Gesù, devono sapere parlare, evangelizzare ed educare, perché “un’opera di carità parla di Dio, annuncia una speranza, induce a porsi delle domande”. Il compito è quello di renderle “parlanti”, rendendo visibile la motivazione interiore che le anima. Viene ribadito che anche nel presente deve essere perseguito l’obiettivo di realizzare una presenza capillare sul territorio attraverso la dotazione da parte di ogni parrocchia di una propria Caritas. L’operatore e animatore della carità si qualifica non tanto perché sa dare risposte concrete e immediate al bisogno, quanto piuttosto perché sa interrogarsi sulle cause che generano povertà e bisogno, come per esempio nel caso del fenomeno della migrazione. Affida alla Caritas tutto il contenuto della Caritas in veritate, facendone una brillante sintesi, quando parla della necessità che la crisi economica sprigioni il coraggio della fraternità. Di fronte all’umanità che cerca segni di speranza, la Caritas deve essere segno della carità di Cristo, un segno che porti speranza. Pertanto la Caritas non esiste perché ad essa venga delegato il servizio della carità, ma perché aiuti la Chiesa tutta a rendere visibile l’amore di Dio.


È TEMPO DI RICOSTRUIRE QUESTA SOCIETÀ IN CARITÀ E VERITÀ

TEMPO DI AVVENTO E DI NATALE: TEMPO DI RITORNO ALLE SORGENTI

Ed è subito Avvento. Ed è presto Natale. È sempre attesa di Redenzione, anzi è desiderio cocente di sentire forte l’abbraccio del Redentore. Egli è sempre vicino, ma se noi gli stiamo lontano non sentiamo la sua presenza. È A causa di questa nostra lontananza dal Mistero e della nostra incorreggibile dimenticanza della sua Presenza che ritorna l’Avvento, perché ne sentiamo tutta la struggente bellezza. Ritorna il Natale perché ne assaporiamo la sua ineffabile gioia. Perché l’Avvento è bello? Perché il Natale è gioioso anche in tempo di crisi? Chiediamoci. In fondo, questa nostra storia immersa nel buio della crisi non sperimenta tutta la drammaticità della sua condizione a motivo del fatto che stiamo consumando questa lontananza e questa dimenticanza di un Dio vicino? Farci prossimi al Natale e fare memoria della presenza di Dio nella storia significa ritornare alle sorgenti, cioè al tempo nel quale Dio facendosi piccolo e povero volle scrivere un patto con l’umanità. Dio vuole gustare sempre la gioia di ciò che è semplice, che non crea distanze tra gli uomini, che li rende amici, solidali e fratelli. Perché la crisi dell’uomo di oggi? Perché si è chiuso nella sua autosufficienza, perché è diventato un essere solitario, perché si è affidato a ciò che appare grande e potente, perché ha creduto che il suo bisogno spirituale potesse essere soddisfatto da risposte materiali, perché ha perso di vista l’Eterno e si è immerso nel caduco, perché non si è fidato dell’Amore che viene da Dio e lo ha sostituito con l’amore che viene dall’uomo. Ci siamo riempiti di cose; la stessa tecnologia ha creato sempre nuovi bisogni; il mercato si è sbizzarrito a trovare nuove soluzioni alla nostra sete di possedere e consumare sempre di più; abbiamo accorciato i tempi della comunicazione restringendola nello spazio virtuale e sacrificando in questo modo la profondità della relazione vera. Stiamo consumando il nostro tempo con le sue giornate monotone senza sapere più vivere il tempo dal di dentro, divenuti ormai incapaci di non subire i condizionamenti esterni. Ci siamo riempiti noi stessi di tanti problemi. Adesso ci stiamo accorgendo che si sono sbriciolate quelle che abbiamo considerato certezze granitiche: il conto in banca, il lavoro sicuro, gli amici fidati, la famiglia … Tutto è rientrato nella fragilità.

Ma adesso che tremano le fondamenta, che facciamo? Ma se crollano le fondamenta costruite sulla sabbiamo, siamo chiamati ad affondare solidi pilastri sulla roccia, sulla bellezza della fede in Gesù nostro unico Salvatore. Egli indica lo stile della sobrietà, dell’essenzialità, della povertà, del silenzio, dell’apertura cordiale e fraterna all’altro, del saper vivere abbandonandoci alla Provvidenza paterna del Padre, che ancora oggi fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi.

E necessario ripartire dalla povertà di Dio, per potere fare come Chiesa l’opzione preferenziale dei poveri, per mettere in comune i nostri beni, perché nessuno sia nel bisogno. È necessario annunciare con più chiara testimonianza che i beni della terra vanno redistribuiti con giustizia, cioè con equità. Il Natale di quest’anno sarà capace di accogliere e contribuire a costruire un futuro di speranza dopo avere quasi toccato il baratro della recessione? Ognuno deve fare la sua parte, i sacrifici vanno condivisi da tutti, chi ha di più sia disposto a dare di più a vantaggio di chi è stato finora impoverito da scelte di ingiustizia. Saremo capaci di esprimere coesione sociale in questo momento nel quale non è più consentito creare divisioni e scissioni? Siamo capaci di dare al Natale di quest’anno questo compito di facilitare la conversione del cuore per concorrere tutti al rinnovamento della nostra Comunità e al necessario cambiamento per dare ali alla speranza. Penso che ciò sia possibile. Siamo chiamati a ricostruire l’uomo e la società in carità e verità.


Educare i giovani alla fede con
Padre pino Puglisi sacerdote educatore

Alcuni eventi ecclesiali di questa estate appena trascorsa hanno orientato la nostra attenzione su alcune tematiche che la Chiesa e il mondo ecclesiale hanno  particolarmente privilegiato. Ha avuto certamente maggiore impatto mediatico a livello internazionale la madrilena Giornata Mondiale della Gioventù ispirata al testo paolino “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” con l’annuncio della prossima Giornata del 2013 in Brasile a Rio de Janeiro. Ma non possiamo trascurare la XXXII edizione del Meeting di Rimini di CL con il titolo “E l’esistenza diventa una immensa certezza”, che ormai è divenuto un appuntamento di rilevanza sociale di primo ordine per gli argomenti di attualità che riesce ad approfondire con evidente spessore culturale. In un contesto più generale e più di livello intraecclesiale si collocano la 60° Settimana liturgica nazionale di Barletta “Celebrare la misericordia. Lasciatevi riconciliare con Dio.” e l’ormai incipiente XXV Congresso Eucaristico nazionale di Ancora-
Osimo sul tema “Signore, da chi andremo?L’Eucaristia per la vita quotidiana”, che accoglierà alla sua apertura la croce che arriva dalla Giornata mondiale dei giovani di Madrid. Anche il seminario estivo di Castengandolfo sulla nuova evangelizzazione ha visto lo stesso papa Ratzinger radunarsi come ogni anno con un gruppo di teologi suoi ex alunni. Ciò anche in previsione del Sinodo dei Vescovi che si terrà in Vaticano il prossimo ottobre su “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. Se volessimo provare a fare una sintesi di questi eventi cercando di cogliere il filo conduttore che li collega potremmo dire che sullo sfondo della grande attenzione all’impegno della evangelizzazione nel mondo contemporaneo, si colgono alcuni orientamenti di fondo che riguardano l’attenzione della Chiesa alle nuove generazioni, la sensibilità ad alcuni temi di impegno sociopolitico che inquietano il nostro tempo, uno sguardo alla nostra Europa che vive un evidente fenomeno di scristianizzazione, ma anche uno sguardo alle nuove problematiche del Sud America, che vive una frammentazione del mondo religioso con il proliferare di molteplici sette religiose. E in tutto ciò la consapevolezza sempre più profonda che c’è bisogno di nuova evangelizzazione che metta sempre più al centro Cristo e l’uomo, l’Eucaristia e la solidarietà che scaturisce dalla sussidiarietà, le società del nostro tempo che vivono le nuove sfide della globalizzazione, ma dove il principio evangelico della fraternità rimane come pietra basilare sulla quale costruire lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Lo sguardo al contesto nazionale e internazionale che gli eventi estivi hanno evidenziato può gettare un fascio di luce più ampio sugli impegni che ci accingiamo a intraprendere nel nostro contesto di Chiesa particolare e nello specifico della programmazione della nostra Caritas diocesana. Intanto emerge all’inizio del decennio degli Orientamenti pastorali della Chiesa Italiana “Educare alla vita buona del Vangelo”, l’assunzione dello specifico impegno per il nuovo anno pastorale da parte della nostra Arcidiocesi “Educare i giovani alla fede”, che sarà oggetto di riflessione nel Convegno diocesano di apertura dell’anno pastorale. Ma facciamo bene a cogliere il fatto che la nostra Chiesa ha ricevuto il dono di un eccellente educatore dei giovani alla fede, che è il Servo di Dio P. Pino Puglisi. È questo un anno nel quale siamo chiamati ad approfondire la sua figura di sacerdote educatore dei giovani nella scuola, nella parrocchia, nelle associazioni e nei movimenti, nel seminario, nell’animazione vocazionale, a Godrano, a Brancaccio, cioè in un contesto di piccola comunità extraurbana, ma anche in un contesto di periferia fragile della grande città. E ciò sempre dentro i due slogan che hanno finito per connotare il suo impegno ecclesiale e sociale “Sì, ma verso dove?” e “Se ognuno fa qualcosa”. Anche la visita che nostra Arcidiocesi si appresta a fare al Santo Padre vuole essere un segno di gratitudine a Benedetto XVI per le parole a noi rivolte il 3 ottobre 2010, quando ha additato la figura di P. Puglisi ai presbiteri e ai giovani di Sicilia, ma anche a tutti gli uomini che vogliono impegnarsi nella nostra città e nella nostra Isola contro la mafia e per la giustizia a favore dei poveri. Quest’anno 2011 celebriamo il 18° anniversario dell’uccisone di P.Puglisi, e ci sentiamo particolarmente spinti a cominciare a preparare il 20° anniversario della sua morte che celebreremo il prossimo 2013. È lo stesso anno in cui la Caritas di Palermo celebrerà il 40° anniversario della sua esistenza. La coincidenza di questo doppio anniversario ci sollecita a trovare nell’amore per Cristo e per l’uomo la stessa acqua sorgiva che dà ancora nuova linfa vitale al nostro servizio di carità.


In cammino lungo il sentiero dell’«educare i giovani alla fede»

Lo Spirito animatore di carità

La Pentecoste rinnova i segni della presenza dello Spirito nella Chiesa e nel mondo. L’animazione e la testimonianza della carità sono opera dello Spirito. Anche questo nostro tempo ha bisogno di sapere riconoscere l’impronta dello Spirito per poterne seguire le orme, ha bisogno di sapere leggere quanto lo Spirito continua a scrivere di meraviglioso nella vita dei nostri contemporanei. Egli continua a rivelarsi nell’uomo come sua opera posta al vertice del Creato, e continua a parlare ancora “per scripturas”, e quindi attraverso ciò che è scritto in interiore homine. Ma il meraviglioso nel creato e nell’uomo ha bisogno di essere decifrato e semplificato, perché solo l’uomo vivente può dare gloria a Dio. Ci sono dei gemiti dello Spirito inenarrabili, arcani e misteriosi, ma così sublimi, che richiedono attenzione, sensibilità, partecipazione. Si richiede una permanente disponibilità al loro ascolto per farli echeggiare in sinfonia melodica e armoniosa attraverso le opere dell’amore prodotte dalla fantasia della carità. Sono come i gemiti di partoriente che manifestano sofferenza, ma che preludono alla vita nuova e radiosa ricolma di giubilo. Come nel grembo di una madre viene intessuto il prezioso ricamo della vita della creatura, così nella storia si intessono eventi feriali nei quali bisogna sapere rintracciare i desideri dell’Assoluto mentre consumiamo i fragili frammenti del relativo. E ciò nella vita pubblica e privata, nella vita della comunità ecclesiale e nella vita della comunità civile, nella vita delle nuove generazioni e nella vita degli anziani, negli aeropaghi della cultura e della politica, nei tuguri dei poveri e nei palazzi dei nobili, negli anfratti della storia e sui palcoscenici dei media, nel tormento del peccatore e nell’estasi del santo. E’ sempre lo stesso Spirito che spira nelle narici di ogni creta che diventa uomo, di ogni materia informe che diventa essere vivente, di ogni massa caotica perché si trasformi in armonia del cosmo, di ogni carne duplice perché si amalgami in una carne unica, di ogni membro slegato perché si compatti nell’unità di un solo corpo, di ogni confusione di lingue perché diventino un unico cantico che si innalza dai viventi al Vivente. Lo Spirito accompagna l’uomo nell’esodo dalla solitudine alla compagnia solidale, dal labirinto delle situazioni aggrovigliate alla semplificazione ancorata alla roccia di ciò che solo basta all’uomo, dal materialismo libidinoso dell’avere che ingombra all’esperienza del gusto della bellezza dell’essere che è sempre liberante, dal turbinio del fracasso di una vita tumultuosa e scomposta alla pace dell’anima nel silenzio che parla dentro le profondità del cuore, dal delirio di onnipotenza che calpesta la dignità della persona alla consapevolezza che della propria vita bisogna farne un dono in umile fraternità, dalla caduta nei baratri delle violenze che producono morte all’intraprendere sentieri diritti di giustizia e di riconciliazione che producono pace.

Siamo sollecitati a fare il nostro cammino di carità lungo il sentiero dell’«educare i giovani alla fede» con un forte radicamento nella Parola di Sapienza e attorno al Convivio dell’Eucaristia, nella piena consapevolezza che non possiamo abbandonare la via della sequela, perché solo il Signore ha parole di vita eterna. L’assunzione della responsabilità di “educare i giovani alla fede”, nello stile di Puglisi, comporta attraversare il mondo giovanile facendoci compagni di viaggio da testimoni capaci di costruire prossimità e solidarietà. Testimoniare prossimità significa capacità di incrociare le fatiche e le preoccupazioni dei giovani che non hanno lavoro e che sono costretti ad andare via dalla nostra terra, creando nuove opportunità lavorative a partire dalla promozione di una creativa cultura di impresa, offrire tutta la molteplicità dei nostri servizi alla promozione della persona al mondo universitario e dei giovani laureati per tirocini formativi, promuovere e sostenere percorsi formativi ed esperienziali per il volontariato come espressione di gratuità nello spirito dell’offerta del dono di sé.

Siamo pronti ad accogliere la perenne giovinezza dello Spirito, per vivere l’avventura esaltante dell’educare, che significa lasciarsi guidare verso ciò che viene dal profondo per andare sempre più in alto. La carità è sempre un’esperienza della perenne Pentecoste dello Spirito.


La lotta alla mafia si fa ricostruendo il tessuto di legalità nei nostri territori

Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi:

"Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio"!

Ad attaccare la Chiesa di avere abbassato la guardia nella lotta alla mafia è cosa molto semplice. Con il clima di rinnovato anticlericalismo e con il facile supporto di ideologie che vogliono la Chiesa ancorata nella difesa di ciò che è etichettato come tradizionalismo, è facile dire e scrivere pagine, fare titoli o dare alle stampe volumi in cui si denuncia l’arretratezza della Chiesa e degli uomini di Chiesa, papa  vescovi e preti,  dicendo di loro che impediscono il progresso sociale e culturale della gente. Anzi la stessa Chiesa, quando non fa dichiarazioni in cui si può leggere la parola mafia, allora si pensa di poterla tacciare di avere abbassato la guardia. E allora si sta a vedere se Benedetto XVI, venendo a Palermo, ha parlato di mafia, se l’ha fatto con la stessa “rabbia” con cui Giovanni Paolo II aveva scomunicato gli uomini della mafia nell’omelia della valle dei Templi ad Agrigento (9 maggio del 1993). Ormai, mi pare, che si vada per slogans, per stereotipi e clichès obsoleti che pure alcuni credono che possano ancora funzionare. Non basta dire che un prete di Palermo, di un quartiere di Palermo, che poi è sempre lo stesso, dopo essere stato minacciato dalla mafia, ha tentato di scendere a patti con i mafiosi del quartiere, dichiarando di essere disponibile a pagare il pizzo, per concludere che quel prete ed altri preti della città o dell’isola sono indifferenti al fenomeno mafioso, non sono disposti a  denunciare o a lottare la stessa mafia. E non si può sempre assistere alla stessa litania dei pochi preti che ormai vengono considerati d’avanguardia da parte dei mass-media, perché sono disponibili a rilasciare dichiarazioni che riscuotono il compiacimento di certa stampa. Dobbiamo sapere fare delle analisi reali e dobbiamo sapere essere più credibili nel proporre ipotesi di interpretazione della realtà ecclesiale circa il suo rapporto con il fenomeno mafioso. Affermare che il cardinale Pappalardo è stato un cardinale antimafia per quella coraggiosa omelia rimasta celebre per  la citazione di Tito Livio “dum Romae consulitur Sanguntum expugnatur”, pronunciata ai funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa il 5 settembre del 1982, mentre gli altri Vescovi di Palermo e di Sicilia non hanno saputo esprimere la stessa capacità di contrasto alla mafia, è nella logica delle considerazioni che rimangono in superficie e che non accettano di scavare  in profondità. Sono mutate oggi le condizioni in cui si manifesta lo stesso fenomeno malavitoso, e sono diverse le persone che esprimono con altre modalità la stessa condanna. Di fronte alla mafia la strada del suo rifiuto è solo quella del non ritorno: la lotta alla mafia va dichiarata, ma va altresì concretizzata in gesti feriali che mirano a costruire un nuovo tessuto di legalità nei territori. Mi sento di dire che esiste nella nostra diocesi, in linea generale, un’attenzione al mondo dell’adolescenza e dei giovani attraverso la proposta di percorsi  educativi che si pongono sulla linea della prevenzione. Abbiamo potuto censire circa trenta realtà di oratori presenti all’interno delle nostre parrocchie che testimoniano il contatto quotidiano con il mondo giovanile. In questa linea si è mossa anche la Caritas diocesana offrendo una formazione qualificata a giovani animatori di questa particolare forma di pastorale giovanile e per i quali proseguirà il suo cammino con altre proposte di animazione e di formazione. È sempre più vivo il desiderio di qualificarsi per quella pastorale di strada che intende realizzare quell’imperativo categorico che per sottrarre manovalanza giovanile alla mafia bisogna uscire dalle sacrestie e incontrare i giovani sul territorio, nei muretti, per le strade e nelle piazze.  Per fare prevenzione e sottrarre preziose energie giovanili alla mafia si deve affrontare seriamente il problema della disoccupazione giovanile, che ha toccato vertici da capogiro nella nostra Sicilia (+ 30%), ma per fare ciò bisogna cambiare la politica a tutti i livelli. La chiesa di Palermo, per quanto è nelle sue possibilità, si è energicamente attivata per rendere produttivo ed efficace anche per i nostri giovani il progetto Policoro, le cui celebrazioni nazionali ospiteremo nella nostra città nel mese di maggio.  Ma è anche azione di contrasto a ogni forma di criminalità organizzata operare a vantaggio delle vittime della tratta che sono sul nostro territorio palermitano e regionale; come pure tutta l’azione di accoglienza e integrazione degli immigrati soprattutto richiedenti asilo che fanno le nostre Caritas è azione di promozione umana che intende sottrarre persone sprovvedute soprattutto giovani a possibili tentativi di reclutamento. La lotta alla mafia non si fa solo con dichiarazioni e proclami, anche se ciò è ancora necessario, ma soprattutto attraverso una azione di ricostruzione del tessuto sociale all’interno  dei territori urbani soprattutto nelle periferie, per dare spessore valoriale ai giovani, i quali hanno bisogno di vedere che la società civile offre loro la dignità di un lavoro onesto.


La Caritas fa memoria della Santità di Giovanni Paolo II

Rinnoviamo  lo Spirito di Assisi e la lotta alla mafia

Vogliamo fare festa per un papa dei nostri giorni che viene proclamato beato. La notizia della beatificazione di Giovanni Paolo II per il prossimo 1° maggio ha fatto il giro del mondo, suscitando pieno consenso non solo nella Chiesa cattolica, ma anche in tutto il mondo cristiano. Anche le altre fedi religiose e lo stesso mondo laico hanno espresso valutazioni favorevoli seppure con motivazioni diverse. L’annuncio di Benedetto XVI ha avuto una particolare risonanza nei continenti più poveri del mondo: il ministero di Giovanni Paolo II ha avuto una impronta decisamente itinerante; egli si è fatto pellegrino presso il cuore di tutte le persone più fragili e di tutte le nazioni più povere del pianeta. Ancora oggi conserva un fascino di forte attrazione spirituale  e di indubbia provocazione culturale il suo “non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”, pronunciato il 22 ottobre del 1978, a una settimana dall’annuncio della sua elezione  a 264° papa della Chiesa Cattolica. Fin dall’inizio è stata chiara l’impostazione teologico-pastorale del suo Pontificato: essere il Vescovo di Roma, che sa stare in mezzo al popolo delle parrocchie della sua diocesi romana, ed essere nello stesso tempo il pastore della Chiesa universale che si mette in cammino per incontrare i popoli del mondo. Egli si è fatto primo banditore del Vangelo della giustizia e della carità, della vita e della pace, nello stile del pellegrino instancabile che chiede a tutti di promuovere i diritti umani e di favorire lo sviluppo integrale della persona umana e dei popoli della terra. Non è casuale che Benedetto XVI abbia scelto il 1° maggio per proclamare beato il suo predecessore Giovanni Paolo II, suo amico e collaboratore per lunghi anni. Non ci sfugge che la data scelta coincide con la festa del mondo del lavoro e, quest’anno, anche con la Domenica della Divina Misericordia (seconda domenica di Pasqua). Questa data, pertanto, oltre a ricordare il quinto anno della morte di Giovanni Paolo II, commemora il 20° anno dell’Enciclica Centesimus Annus, offerta alla Chiesa proprio il 1° maggio 1991, e l’11° anniversario della canonizzazione di Sr. Faustina Kovalska e della istituzione della Festa della Misericordia. La santità è dono di Dio alla creatura fatta a sua immagine e somiglianza, redenta dal Cristo il Santo di Dio, e nello stesso tempo è dono di Dio fatto alla Chiesa che vive nel mondo. La santità di Giovanni Paolo II appartiene agli uomini e alle donne del nostro tempo. Siamo testimoni di come il mondo di oggi, i popoli del nostro pianeta, i grandi e i piccoli della terra, i giovani e gli anziani, siano stati consapevoli della santità di quest’uomo, che hanno cominciato a venerare come santo fin dal giorno della sua morte. La sua vita è stata accompagnata da alcuni evidenti tratti della santità: innanzitutto dalla sofferenza fisica e spirituale che lo ha accompagnato durante la sua vita (Lettera apostolica Salvifici Doloris dell’11 febbraio 1984). Anche la persecuzione e la violenza si è abbattuta sulla sua persona fino al versamento del suo sangue (attentato in piazza S. Pietro del 13 maggio 1981); ciò è chiaro segno della sua partecipazione alla vita beata secondo l’Evangelo, che chiede il perdono per coloro che ci perseguitano (visita di Giovanni Paolo II in carcere ad Alì Agca nel Natale del 1983). Giovanni Paolo II è stato un instancabile difensore del valore della vita e della verità anche in contesti di gravi difficoltà sociali e storiche. Lo hanno sempre accompagnato l’impegno di liberazione da ogni schiavitù morale e spirituale e da ogni forma di dittatura ideologica e politica. Come papa “venuto di lontano”, papa polacco, egli era un buon conoscitore di quei regimi comunisti dell’Europa Centrale ed Orientale, che verranno rovesciati a partire dalla Polonia fino ad arrivare alla Germania dell’est, alla Cecoslovacchia, all’Ungheria, alla Bulgaria e alla Romania. La primavera del 1989, ebbe in Polonia l’esaltante esperienza del sindacato indipendente polacco Solidarnosc, guidata da Lech Walesa. Sempre nello stesso anno allo smantellamento della Cortina di ferro in Ungheria segue la caduta del Muro di Berlino, la caduta del regime sovietico, il crollo del muro di Berlino. “Certo la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell’89, ha richiesto lucidità, moderazione, sofferenza e sacrifici; in un certo senso, essa è nata dalla preghiera, e sarebbe stata impensabile senza un’illimitata fiducia in Dio, Signore della storia, che ha nelle mani il cuore degli uomini” (Centesimus Annus, n. 25). Egli è stato Pastore animato da autentica passione per la Chiesa, esercitando il magistero petrino nei solchi del Concilio Vaticano II. Ciò è attestato dalle numerose encicliche, dalle celebrazioni degli Anni Santi, dai molti viaggi apostolici e dalle continue visite alle parrocchie romane. La Caritas infine vuole ricordare in modo particolare due eventi, ai quali intende ispirare il suo impegno per l’animazione della carità: la Giornata mondiale di preghiera per la pace con la convocazione degli uomini di tutte le religioni ad Assisi (27 ottobre 1986) e l’appello agli uomini di mafia perchè si convertano,  in occasione della Visita Pastorale in Sicilia, nella Valle dei Templi ad Agrigento (9 maggio 1993).


 


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